La produttività vince sui soliti veti
L’intesa sulla produttività alla fine è stata firmata da Confindustria e da Cisl, Uil e Ugl. Non da Susanna Camusso (“accordo deludente”), come da canovaccio già scritto, malgrado Palazzo Chigi avesse ripetuto per giorni che “il presidente del Consiglio non ce l’ha con la Cgil”. E malgrado le pressioni dilatorie degli imprenditori e delle altre sigle sindacali. Mario Monti ha definito l’incontro “un summit decisivo”, lasciando aperta fino all’ultimo la disponibilità all’ascolto delle ragioni cigielline. Leggi Il tempo perso della Cgil di Sergio Soave

Roma. L’intesa sulla produttività alla fine è stata firmata da Confindustria e da Cisl, Uil e Ugl. Non da Susanna Camusso (“accordo deludente”), come da canovaccio già scritto, malgrado Palazzo Chigi avesse ripetuto per giorni che “il presidente del Consiglio non ce l’ha con la Cgil”. E malgrado le pressioni dilatorie degli imprenditori e delle altre sigle sindacali. Mario Monti ha definito l’incontro “un summit decisivo”, lasciando aperta fino all’ultimo la disponibilità all’ascolto delle ragioni cigielline. Nonostante ciò, l’attuale premier si conferma l’interlocutore più destabilizzante che si sia mai palesato di fronte a imprenditori associati e sindacalisti dai tempi di Sergio Marchionne.
L’ad di Fiat, nel 2010, spuntò contratti aziendali per gli impianti del Lingotto, soltanto grazie al voto dei lavoratori, oltrepassando così le resistenze di Emma Marcegaglia, Susanna Camusso ed establishment variegato. Monti, da un punto di vista teorico, è addirittura dagli anni 90 che mette in dubbio il sistema consociativo delle relazioni industriali italiane: “Meglio, forse, un po’ di ‘conflitto’ in una civile trasparenza – scriveva nel 1994 sul Corriere della Sera – che tanta ‘pace sociale’ in un’illusione collettiva fondata sul debito”. Insediato a Palazzo Chigi, ha tenuto la barra dritta su quella convinzione. La trattativa sulla produttività ne è la dimostrazione.
“Recuperare competitività è una sfida necessaria, forse ancora più importante dello spread”, aveva detto il premier lo scorso 11 settembre. Era seguito un appello accorato alle parti sociali: trovate un’intesa per “modernizzare le relazioni sindacali”, possibilmente entro il Consiglio dei capi di governo dell’Ue del 18 ottobre, e noi tecnici troveremo risorse per incentivarvi. Soltanto che poi il governo le risorse le ha recuperate – 2,2 miliardi di euro per detassare i salari di produttività –, mentre le parti sociali hanno lasciato che Monti andasse in Europa il 18 ottobre senza nulla di concreto in mano. Poi un altro mese è passato, senza un nulla di fatto. Eppure il problema per l’Italia esiste, come ha spiegato ieri Monti rispondendo alle perplessità del leader della Cgil, Camusso, che criticava la “strada sbagliata” intrapresa: “Negli anni 90 l’obiettivo era quello di ridurre l’inflazione – ha risposto il premier – Ora il problema è far crescere l’economia attraverso la produttività e con il contributo diretto e decentrato delle parti sociali”.
Per sostenere l’urgenza di un’intesa, ieri, dal ministero del sempre dialogante Passera avevano elaborato studi ed esempi ad hoc sulla distanza che ci separa dall’Europa. L’Istat, in mattinata, aveva dato man forte: la produttività nel nostro paese risulta infatti ferma da vent’anni. Nel periodo 1992-2011, quella totale dei fattori è aumentata a un tasso annuo dello 0,5 per cento. Non è un problema dei soli lavoratori, visto che il valore diffuso dall’Istat è una media tra la crescita dello 0,9 per cento della produttività del lavoro e la flessione dello 0,7 per cento di quella del capitale. La Confindustria però, al momento dei fatti, è sempre stata timida. Un mese fa Viale dell’Astronomia aveva addirittura trovato un’intesa di massima con i sindacati, lasciando però fuori piccole imprese e settore bancario. A sorpresa l’esecutivo respinse quella bozza al mittente: gli sgravi fiscali, dissero allora Fornero e Passera, sarebbero stati concessi solo dopo un accordo “di alto profilo”. Ecco un altro affronto per Camusso e per il presidente degli industriali, Giorgio Squinzi, mai entrato in sintonia con i tecnici.
Le parti sociali lamentano che due mesi non bastano per una rivoluzione simile? A dire il vero il tema della nostra scarsa competitività lo solleva da anni Banca d’Italia, che ritiene la recessione più un frutto avvelenato della nostra incapacità di produrre efficacemente che della dissolutezza fiscale dei governi. Idem la Banca centrale europea, che nell’estate 2011 inviò una lettera chiedendo contratti di lavoro flessibili e decentrati. Per non parlare, ancora prima, del “ciclone Marchionne”: in fondo anche lui chiedeva la possibilità di concordare con i sindacati aziendali turni e ritmi di lavoro, retribuzioni. La Germania ha innovato nel rapporto tra impresa e lavoratori aumentando la flessibilità e incoraggiando la partecipazione sindacale nella gestione dell’impresa. Il mondo anglosassone ha preferito tutelare ai massimi livelli libertà di licenziamento e di assunzione. In Italia si pensava di poter continuare con la concertazione sancita all’inizio degli anni 90. C’è voluto un potente ex commissario europeo dell’Antitrust per mettere in discussione il “monopolio” sindacal-imprenditoriale sulle relazioni industriali e per liberare la crescita italiana dai vecchi vincoli.
Leggi Il tempo perso della Cgil di Sergio Soave